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Sono le scommesse dei giocatori che fanno correre i cavalli?

È il momento di ricordarsi che il mercato finanziario è quello reale: è l’origine delle attività che siamo soliti chiamare reali e non la conseguenza. Bisogna trovare una terza via per la crescita.

Per consentire alle PMI di svilupparsi e di crescere, il consiglio tipico è di innovarsi, investire, capitalizzarsi (cercando quindi una crescita esterna); oppure di aggregarsi, al fine di poter sopravvivere per il puro fatto di crescere in dimensioni.

Sul primo consiglio – pura accademia – non ha senso soffermarsi: non è altro che il significato ontologico della PMI, il dna proprio del piccolo-medio imprenditore. Senza quelle caratteristiche non ci sarebbero le PMI italiane, tanto invidiate da tutti!

Il secondo consiglio è certamente corretto, ma difficilmente raggiungibile, vista la scarsa disponibilità del piccolo-medio imprenditore italiano a fondersi con altri imprenditori simili. Ma siamo poi così sicuri che il salto dimensionale sia una risposta vincente?

Essere piccoli rende sicuramente agili; inoltre la crisi che stiamo attraversando ci insegna che nulla è permanente in economia, per quanto possente e immenso sia.

Da uno studio tedesco, si è visto che la produttività delle piccole imprese italiane è paragonabile a quella tedesca e che è nelle grandi che perdiamo terreno.

Esiste una terza via, in un Paese come l’Italia in cui il PIL continua a scendere da più di un decennio, che consenta di cogliere la domanda mondiale che invece cresce continuamente?

Proviamo a pensare a un fondo di investimento di private equity, i cui promotori siano le stesse PMI che, mantenendo la loro individualità (non c’è nessuno scambio azionario), lavorano insieme per realizzare uno o più progetti, dove ognuna di loro fornisce una parte di prodotto o servizio.

Facciamo un piccolo esempio: l’azienda A produce pannelli fotovoltaici, l’azienda B produce inverter, l’azienda C installa impianti. Entrambe hanno uno stesso obiettivo: vendere i loro prodotti per realizzare impianti pari a 100 MW.

Da un’altra parte ci sono investitori che vorrebbero acquisire impianti per 100 MW come investimento, e non hanno nessun interesse a entrare come azionisti nelle PMI coinvolte nella realizzazione degli impianti. Gli investitori ci sono e sono parecchi: sono investitori evoluti, preparati, che non si accontentano di qualche bel business plan, si muovono con un forte controllo del rischio-rendimento, chiedono alta professionalità ma soprattutto condivisone del rischio e dei risultati.

La terza via è la realizzazione congiunta –  tra il mondo imprenditoriale e il mondo della finanza – di un veicolo di investimento: come ad esempio un fondo di investimento dedicato a quell’obiettivo preciso. In questo modo si consentirebbe a entrambi di raggiungere i loro scopi.

Le PMI devono fare finalmente uno sforzo verso il mondo della finanza: con nuovi piani di marketing, che non si limitino a presentare nuovi prodotti, ma anche nuove soluzioni per meglio adattarsi alle esigenze dei mercati. Devono insomma andare oltre all’innovazione di prodotto, innovando l’approccio al mercato, alla finanza.

La storia è piena di prodotti migliori che hanno avuto minor successo per non aver innovato la strategia di posizionamento sul mercato!

Quindi non solo internalizzazione delle imprese singole, ma internalizzazione dell’approccio al business comune delle singole imprese e alleanza con il mondo della finanza. Il mondo della finanza, praticamente quasi assente in Italia, è ben diverso dal mondo bancario, sono due cose diverse – anche se questa differenza non viene spesso recepita.

Ecco perché, in maniera provocatoria, dico: cari imprenditori, il mercato finanziario è quello reale, è l’origine delle attività che siamo soliti chiamare reali e non la conseguenza.

Sono le scommesse dei giocatori che fanno correre i cavalli!

Questa alleanza deve però concretizzarsi attraverso un veicolo di investimento chiaro, trasparente, vigilato dagli organi di vigilanza, in cui i diversi attori siano responsabili anche nei confronti del modo del risparmio.

In questo modo si riuscirebbe a dirottare parte del risparmio italiano finalmente sul sistema produttivo italiano. La mancanza della finanza in Italia crea dei danni enormi al sistema-Paese. Siamo il 4° Paese al mondo per risparmi eppure non siamo capaci a trattenerli e investirli su di noi. Pensate a quanti soldi dei fondi pensione, delle casse di previdenza, dei fondi di investimento, delle riserve matematiche delle compagnie assicurative sono obbligatoriamente investiti all’estero per mancanza di strumenti finanziari pensati da noi per noi. Una desolazione! Anche lo Stato italiano dovrebbe fare un passo indietro, perché con il suo immenso potere e con l’arma atomica dei Btp lascia poco spazio al mondo imprenditoriale.

L’ultima crisi ha comunque aperto un varco: l’asso piglia tutto non vale più.

Cambiando approccio – mentale e operativo – e con strumenti nuovi si facilita l’ingresso di investitori esteri, un driver per lo sviluppo economico, senza perdere il controllo delle imprese italiane e si contribuisce alla diffusione della cultura del merito e del mercato. E si avrebbe a disposizione un canale alternativo alla raccolta di finanziamento per le PMI.

Con questo approccio si realizza in modo automatico la securitization delle attività finanziarie generate dal sistema produttivo. Una securitization  che nasce dal modo imprenditoriale che serve per dare ossigeno al tessuto produttivo e non  promosse dal sistema finanziario con il principio della patata bollente.

Bisogna fare finanza, tanta finanza. Un incontro diretto tra finanza e impresa (comprendendo anche le banche).

Creiamo una finanza promossa direttamente dal sistema produttivo, che usi la finanza come alleato e come strumento per la sua crescita: la finanza sarà ben felice di seguire questa opportunità.

 

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